29 gennaio 2001: il film di Francesca Archibugi "Domani" esce nelle sale cinematografiche
4 dicembre 1999
Sono 10 i Volontari della Croce Rossa del Comitato Locale della ValNestore che vanno oggi fin dalla prima mattina a Sellano, questa cittadina umbra ancora piena delle ferite del terremoto del settembre 1997, per andare a montare le tende
ministeriali che serviranno fra pochi giorni nelle prime riprese del film della Archibugi.
L'appuntamento con gli altri Volontari della Regione, che hanno dato la loro disponibilità a questa operazione, è al Magazzino della Croce Rossa Umbra, a Solomeo di Corciano (Perugia).
Chi li coordina è l'Ingegnere Roberto Radicchia, il Delegato Tecnico Regionale V.d.S. della Croce Rossa per la Protezione Civile.
Controllati i mezzi (che sono già stati caricati delle tende che servono per il film dai magazzinieri giorni fa) si parte per Sellano.
Si lavora duro, lassù, ma con piacere.
Fa freddo, ma ci siamo abituati; quello che sconforta è vedere che non c'è anima attorno.
Un paese intero vuoto e quasi abbandonato che ha lasciato visibili tanti segni della sua vita prima del terremoto.
Il lavoro non ci lascia molto tempo per parlarne ma, quando abbiamo una pausa per un caffè durante la mattinata, andiamo un pò in giro a passeggio per le strade.
In paese non c'è apparentemente nessuno; aperto è solo il bar della produzione su una enorme roulotte.
Un altro, che una volta era vero, adesso è chiuso per i danni subiti ed è stato trasformato, per le esigenze del film, in Ufficio Postale con tanto di finto cartello delle "PT" e altrettanto finta cabina telefonica fuori.
Case belle, con grandi panorami su questa cara terra umbra, sono semidiroccate con ancora i nastri di plastica a delimitare la zona non varcabile.
L'aria punge, ma c'è un bel sole invernale.
Si parla col barista della roulotte; ma non è di qui e sa poco.
Dopo il pranzo, offerto dalla produzione, si torna al lavoro.
Qualche nuvola "carica", sembra che voglia nevicare; ma per fortuna non è così.
Le tende sono state tutte montate e fa un certo effetto vederle; chi di noi è stato a lavorare al terremoto si ricorda che allora non era "per finta" e ripensa a quella cara gente senza casa e alle notti in bianco a tirarle su con tanta voglia di aiutare.
Ogni tenda montata era un ricovero per una famiglia; e maledicevamo il sonno quando ci prendeva.
Si incomincia a controllare con le torce se si è lasciato in giro qualche attrezzo di lavoro e a chiudere con i lacci gli ingressi delle tende (abitudini ormai acquisite).
Ci aiuta con tanta disponibilità un ragazzo di Roma, anche lui della produzione.
Mi chiede se sono anche io romano; "Sì: fuggito !" gli rispondo.
Ci dice che nel film, oltre alla Muti, ci sarà Valerio Mastandrea quel simpatico romano che in questi ultimi anni si vede spesso al "Maurizio Costanzo Show"; sì quello che a volte mentre parla si impappina e allora dice "Dai.. dai.. Valerio che ce la fai!".
Poi la lunga galoppata che ci riporta al Magazzino di Solomeo.
Ultimi saluti con i Volontari degli altri Gruppi e si torna alla nostra Sede.
Se le tende servissero solo a questo...
maurizio prattico (4 dicembre 1999, Santa Barbara)
Se volete sapere come si monta questa famosa tenda cliccate
qui
Regia: Francesca Archibugi
Produzione: Guido De Laurentiis per Intesa Film, in collaborazione con la Rai
Interpreti: Marco Baliani (Paolo Zerenghi), Valerio Mastandrea (Giovanni Moccia), Ornella Muti (Stefania Zarenghi),
Ilaria Occhini (Signora Moccia), Patrizia Piccinini (Betty), Andrew Purefoy (Andrew), Niccolò Senni (Filippo Zerenghi), Silvio Vannucci (Sandro), Stella Vondermann (Tina Onofri), Anna Wilson-Jones (Claire), David Bracci, Michela Moretti, Ilenia Palmioli, Margherita Porena, Francesco Roggero (bambini).
Soggetto: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesca Archibugi
Fotografia: Luca Bigazzi
Scenografia: Sonia Peng, Mario Rossetti
Costumi: Paola Marchesin, Paola Soldini (arredamento)
Musica: Battista Lena
Montaggio: Jacopo Quadri
Dalla stampa nazionale alcuni brani:
Il film è ambientato in Umbria, nel 1997, al tempo del terremoto e nei mesi seguenti.
Nei luoghi colpiti dalla catastrofe la vita va avanti, le amicizie si rafforzano o tramontano.
Ogni cosa è pervasa da un senso di sovrastante pericolo e da quello che potrà accadere domani.
In una città scossa dal terremoto diverse esistenze vengono sconvolte: un ragazzino vede aprirsi una crepa nel caldo amore coniugale dei suoi genitori, una professoressa lievemente menomata incontra un amore piovuto dal fango, due bambine inseparabili conosceranno quanto dolore può contenere l'amicizia femminile.
Ma senza terremoto tutto questo non sarebbe accaduto?
Forse non con quell'accelerazione data dall'improvvisa calata nella trincea di una guerra tra la terra e le nostre pigre esistenze.
E' un film corale in cui si cerca di raccontare gli stati d'animo ed i diversi atteggiamenti di ciascuno davanti alla tragedia.
Anche il titolo è un messaggio di speranza per l'uomo nel cercare di non farsi soffocare dal dramma.
In fondo il film parla di microterremoti che si scatenano nell'essere umano quando viene travolto da una tragedia.
Nel film c'è anche una scena ambientata all'interno della chiesa nel piccolo paese di Cacchiano Umbro, famoso per l'affresco del Beato Angelico, dove una scossa di terremoto provoca, oltre alla distruzione di quadri e statue di Madonne, anche il crollo di un pezzo proprio dell'annunciazione del Beato Angelico.
E' una scena importante che la regista ha fatto ripetere più volte per raggiungere la perfezione della devastazione nei minimi particolari.
Ornella Muti interpreta il ruolo di una mamma terremotata in questo nuovo film.
Le vicende di alcuni gruppi familiari travolti dal sisma, con un occhio particolare al punto di vista dei ragazzini che riescono a sdrammatizzare e a sforzarsi di essere felici, anche nei momenti di maggiore disagio sullo sfondo di un paese, Sellano, i cui abitanti sono tuttora divisi tra le poche case risparmiate dal sisma e la triste realtà dei containers.
Il produttore dice:
"Non è stato facile poter avere tutte le autorizzazioni necessarie per girare in questi luoghi.
Quando siamo venuti in Umbria per effettuare i sopralluoghi ci siamo trovati davanti scenari agghiaccianti, paesi completamente abbandonati, case rase al suolo. La sensazione più terribile era il silenzio di questi luoghi, un silenzio di morte. Le condizioni climatiche, poi, non sono state delle migliori, girare di notte a temperature al di sotto dello zero è stato faticoso ma è niente se pensi che ci sono migliaia di persone che ancora oggi vivono nei camper o nelle tende.
Nel film abbiamo avuto molte comparse di questi paesi, tutti sono stati molto disponibili dando anche suggerimenti su quello che avviene dopo una scossa di terremoto".
Il critico Paolo D'Agostini dice:
Come nei suoi precedenti film "Mignon è partita", "Il grande cocomero" e "L'albero delle pere", Francesca Archibugi torna al suo pubblico con "Domani", nelle sale dal 29 gennaio, adottando il confronto e il contrasto tra un punto di vista infantile o adolescenziale, e un punto di vista adulto. Se negli ultimi due lo sfondo era dato dal disagio psichico e dalla tossicodipendenza, qui lo spunto del duello è fornito dalle cronache recenti: il terremoto umbro dell'autunno 1997.
Spiega Archibugi che tale spunto le è sembrato tanto più interessante e valido in quanto quel terremoto non ha avuto esiti devastanti in termini di vite umane perdute. E in quanto localizzato in un'area di solide tradizioni civili, di stabilità sociale, di consolidato benessere. Non si è presentato come tragedia totale, non ha messo in ginocchio e sul lastrico una comunità già depressa e ulteriormente bastonata. Tanto è vero che parte enorme dell'attenzione e dell'allarme è stata dirottata sui danni al patrimonio artistico inestimabile della zona.
E l'emergenza è stata affrontata con efficienza, dignità, rapidità.
Ma non per questo è stato meno dirompente il suo effetto sulle persone, sulla convivenza, sugli equilibri. Sulle sicurezze acquisite. Al contrario, sostiene la regista. Ed è proprio in questo spazio drammaturgico ristretto, non altisonante e non a forti tinte, su questo punto di interferenza da parte di un'emergenza naturale primordiale in una quotidianità postmoderna fatta di agi acquisiti e di acquisita consuetudine con il saper vivere, con la bellezza, con la comodità, è proprio qui che l'immaginazione e la capacità di messa in scena dell'Archibugi è intervenuta. E' qui, nel precipitare dall'elegante sobrietà di una delle innumerevoli piccole e piccolissime città d'arte di cui è costellata l'Umbria, come tutta l'Italia centrale, negli spazi ristretti e disagiati dei containers e dei campers e nelle privazioni da periodo bellico ormai dimenticate da tre generazioni, che Archibugi ha gettato - inventandoli secondo un gusto dell'osservazione umana che le è proprio, qui a partire dalla realtà di ciò che solo tre anni fa è accaduto ma anche dalla personale consuetudine della regista
con ambienti molto simili - i suoi personaggi. Personaggi numerosi che nel protagonismo corale e collettivo danno il senso di una comunità sgomenta alla prova del disagio, della perdita, del riconoscere come ogni bene materiale sia effimero, come possa essere sovvertito ogni status - di benessere, di pace, di convivenza civile - che si era creduto raggiunto una volta per sempre.